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sabato 29 maggio 2010

Poi parlano di "allontanamento del cittadino dalla politica"...



UN SENTITO GRAZIE ALLA COERENZA DEL PARLAMENTO EUROPEO! LA UE CI IMPONE FINANZIARIE LACRIME E SANGUE. L'OCS FIRMA PER UN PATTO PER LA MORALIZZAZIONE DELLA FINANZA...E A STRABURGO I PARLAMENTARI EUROPEI SI AUMENTANO LO STIPENDIO DI 1500 EURO! FANKULO!!!


(S.V.)

domenica 23 maggio 2010

Passeggiando per Foggia.


Oggi è domenica ,una bella serata primaverile, si sente nell'aria il tipico odore del tempo di maggio,è il periodo delle rose e dei fiori sbocciati ; ho deciso di fare, in compagnia di mia moglie, una passeggiata .
Dalla periferia, dove la presenza della vicina campagna, ti fa percepire questi odori siamo passati al centro. La cosa che accomuna la periferia ed il centro è la scarsa manutenzione di strade e marciapiedi e la sporcizia:cassonetti stracolmi di immondizia (ormai non è una novità) in tutte le zone , siringhe usate, panchine sporche dove bisogna avere una buona dose di coraggio per sedersi sopra. Tralasciando i bambini che giocano nella centralissima Piazza Umberto Giordano a palla distruggendo le aiuole, e che si arrampicano sulle statue che raffigurano le opere del nostra grande maestro concittadino, sotto gli occhi beati dei loro genitori.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una cabina telefonica in pieno centro (via Conte Appiano) completamente distrutta da un gratuito atto vandalico.
Mi è venuta subito alla mente una definizione di "senso civico": <...un atteggiamento di fiducia negli altri
orientato alla disponibilità a cooperare per il miglioramento della società in cui si vive...>
Evidentemente a Foggia, che è alle prese,( al pari di altre realtà del sud ) con una grave crisi economica, sociale e politica, questo senso civico è diventata una cosa obsoleta,lontana da noi,presi da mille problemi, un qualcosa che non riguarda noi,anche perchè risulta essere molto più semplice addossare le colpe di tutti i mali agli altri.
Al politico che non amministra,al vicino di casa,agli altri che hanno cattiva educazione etc.
L’educazione civica, il rispetto degli altri , l’idea di una città gentile sono temi importanti. La qualità ambientale di una città si riflette come in uno specchio nella sua qualità civile e viceversa. La ricchezza o scarsità di “capitale di civismo” in una comunità incide in modo rilevante sulla qualità della vita dei suoi cittadini. In strada, sull’autobus,nel corretto utilizzo e rispetto delle cabine telefoniche, negli uffici, mentre si fa la spesa o si attende in fila: mille sono le occasioni di incontro con la cortesia o la maleducazione. Occasioni che, rendono più piacevole o più pesante la vita quotidiana di ognuno, condizionano gli stati d’animo, generano allegria o malumore.
In conclusione, stasera sono tornato a casa incazzato e con un grande malumore,percependo intorno a me una città verso la quale non sento più un genuino senso di appartenenza.

(SV)

martedì 18 maggio 2010

Foggia città in rosso!


Il responsabile del servizio finaziario del Comune di Foggia, Dicesare:"L'indebitamento ha raggiunto l'86 % della spesa corrente. La cura? Non comprare più neanche uno spillo".

Se veramente i politici foggiani vogliono recuperare credito nei confronti di una intera cittadinanza, propongo a tutta la giunta di dimezzarsi tutti indistintamente (assessori,sindaco, consiglieri comunali di maggioranza ed opposizione) lo stipendio.
Propongo ai presidenti di circoscrizione la stessa cosa.

Tutto questo è utopia?
Io ritengo di no.

Visto che la maggior parte dei politici nostrani sono professionisti (avvocati, medici, ingegneri) che possono provvedre al loro sostentamento, e visto che le casse comunali versano in una stato comatoso perchè non dare dimostrazione di attaccamento, di amore verso questa città in un momento così delicato?

(SV)

domenica 16 maggio 2010

Augusto Del Noce:le radici filosofico-politiche dell’ateismo contemporaneo


Sono sempre attuali le considerazioni e il pensiero di
AUGUSTO DEL NOCE.


L’espansione dell’ateismo è il fenomeno nuovo del nostro tempo. In Occidente l’eclissi dell’idea di Dio ha assunto però non la sua forma più sistematica, ma quella dell’indifferenza religiosa. Un compendio del pensiero di Del Noce ci aiuta a individuare le radici dell’«irreligione contemporanea».





Che l’espansione dell’ateismo — o, per dirne meglio la forma che essa assume, «l’eclissi dell’idea di Dio» — sia il fenomeno nuovo che caratterizza la nostra epoca non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, se non fosse necessario che l’attenzione sia concentrata sul suo carattere di novità, rispetto a qualsiasi periodo passato della storia; di più, di novità non prevista, né negli anni di guerra, né nel primo decennio del dopoguerra. I termini del conflitto spirituale e politico erano allora pensati come quelli di «civiltà cristiana» e di marxismo e si vedevano esaurite nell’impatto col marxismo le forme del cristianesimo laicizzato, così nel loro aspetto teorico come nella loro capacità di penetrazione etico-politica, in modo che il richiamo toccasse di diritto alla trascendenza religiosa. Nel risveglio religioso confidava Pio XII, in ragione della profonda visione secondo cui la seconda guerra mondiale sarebbe stata la tragedia dell’immanentismo etico, di cui tutte le parti portavano le responsabilità. Vi confidava Maritain secondo quel che aveva scritto nel 1936, che al termine della dialettica dell’umanesimo moderno ci si sarebbe trovati in presenza di due posizioni pure, l’ateistica — da lui individuata, come la forma in cui avrebbe raggiunto il maggior vigore, nel marxismo — e la cristiana (Humanisme Intégral, p. 42, ed. del 1936). Il primo decennio del dopoguerra appariva confermare la sua tesi degli anni Trenta, ma la storia dell’ultimo quarto di secolo sembra invece esserne la smentita radicale; la posizione cattolica a cui pensava «che trova le sue armi concettuali in S. Tommaso d’Aquino» ha traversato una grave crisi negli ambienti religiosi stessi; quanto al marxismo che allora riappariva come filosofia in Occidente dopo un lungo oblio (se addirittura non è meglio dire che appariva, in quanto filosofia, per la prima volta se si lasciano da parte pensatori isolati o il breve successo nella Germania dei primi anni Venti), dove si trovano più filosofi marxisti? Al più, si trova qualche filosofo che vuol separare Marx dai marxismi: «dobbiamo liberare — ha detto recentemente il filosofo aderente al PCI, Luporini — Marx dal marxismo e da tutti quegli scenari che si chiamano materialismo dialettico, socialismo scientifico e perfino materialismo storico o concezione materialistica della storia». Comprendere il vero senso di Marx esigerebbe dunque un lavoro che con ogni probabilità non avrebbe termine che fra un secolo. Il che significa però qualcosa di effettualmente ben chiaro in riferimento alla situazione presente, data l’autorevolezza di chi ha pronunciato queste parole: il congedo dell’appello al marxismo filosofico da parte del partito comunista italiano perché culturalmente e politicamente d’inciampo.
È curioso osservare come l’eclissi dell’idea di Dio abbia coinciso in Occidente — ove si trova oggi l’epicentro dell’indifferenza religiosa — con il declino dell’interesse per quella che tra le forme di ateismo è la più sistematica. Trent’anni fa le opposizioni di cristianesimo e di marxismo e di democrazia e di totalitarismo tendevano a coincidere in un’interpretazione metafisica ed etica dei sistemi politici. L’inizio del processo verso l’indifferenza religiosa coincide col momento in cui l’analisi del meccanismi della democrazia e del totalitarismo venne considerata di pura pertinenza dei sociologi e dei politologi, senza intramettenze metafisiche. O con quello della, quanto discutibile si vedrà, «deideologizzazione della politica».

2. Credo che la via migliore per intendere questo spostamento sia ripensare la frase hegeliana sulla «filosofia pensiero del proprio tempo». Ci si può vedere, o ci si vede di regola, il punto di partenza dello storicismo, ma ciò non è affatto necessario. La verità che essa enuncia vale per la filosofia in generale; effettivamente una filosofia che non sappia render conto del presente storico si confessa come filosofia legata a un periodo storico passato, e questo vale per qualsiasi filosofia, immanentistica o trascendentistica che sia; può perciò anche darsi che l’approfondimento del mondo contemporaneo riporti a una metafisica della trascendenza, e questa è la mia convinzione rispetto alla realtà di oggi. Dobbiamo dunque preliminarmente domandarci quale sia l’immagine che l’uomo comune occidentale si fa del nostro tempo, e come essa sia legata alla diffusione dell’ateismo.
Ateismo? È poi il termine esatto? Assai spesso si distingue tra ateismo e non credenza. Il primo consisterebbe in una risposta negativa al problema dell’esistenza di Dio. La seconda in un allontanamento, teorico e pratico, dalla tradizione religiosa e dal riferimento della vita mondana ai suoi valori: c’è da pensare — questo sarebbe il giudizio del non credente — al miglioramento delle condizioni della vita terrestre e per il problema di Dio non c’è tempo. Non credo che questa distinzione abbia fondamento. Perché il vero ateismo non sta nella risposta negativa al problema di Dio lasciando sussistere però il problema — risposta negativa che non è mai riuscita a sostenersi, a raggiungere neppure l’apparenza della persuasività; se si accetta che il problema di Dio venga posto, l’ateo farà sempre la figura dell’insipiens — ma nella scomparsa del problema di Dio, come già avevano compreso Comte e Marx. Ora questa scomparsa sembra aver trovato maggior diffusione nell’Occidente che nei paesi dell’Est; e bisogna andar cauti nel vedere segni di risveglio religioso, p.es. nell’interesse per forme religiose orientali, e naturalmente meno che mai in quello per l’astrologia o per l’occultismo; e neppure per le icone o per il medioevo cattolico; si tratta, o almeno può trattarsi, dell’incorporazione delle religioni, in quanto «passato» dell’umanità» nel «museo dell’uomo». La «non-credenza» è l’estinzione lenta, graduale e senza accento tragico, del problema di Dio. Contrariamente a quel che Marx aveva pensato, la scomparsa del problema di Dio avverrebbe nel mondo borghese; in quello di una non prevista da lui «borghesia nuova», che ha rotto il compromesso cristiano-borghese del passato. La formula, talvolta pronunziata, ma più spesso vissuta senza consapevolezza chiara, dell’irreligione contemporanea è la seguente: «viviamo in un mondo nuovo, separato dal passato da una frattura radicale, in cui il problema di Dio non si incontra più». Ma quale forza, quale principio ideale ha rinnovato il mondo? La rivoluzione di Ottobre che magari avrà perduto la sua «spinta propulsiva», così da render necessario un processo di ringiovanimento, che la liberi da quegli aspetti che hanno portato a quel che comunemente vien detto «socialismo reale», o invece il progresso scientifico-tecnico? Siamo qui alla domanda fondamentale: dobbiamo dare la priorità al memento politico (filosofico-politico) o allo scientifico nella spiegazione della genesi dell’ateismo contemporaneo (o sociologico, in dipendenza dalle nuove condizioni sociali determinate dal progresso scientifico-tecnico)?
Nel progressismo laico che oggi tiene l’egemonia culturale le due interpretazioni si compongono, con la prevalenza della scientifico-tecnica. Ci troviamo oggi nel pieno del processo di modernizzazione (nella svolta storica di una «modernità» pienamente dispiegata); nei paesi arretrati (in cui ancora domina l’impostazione d’origine teocratica) questo processo prende l’aspetto di «teocrazia rovesciata» (esempio l’URSS); nei paesi avanzati, di passaggio alla «società aperta»; ma il soggetto della storia presente è sempre segnato dall’equivalenza di modernizzazione-industrializzazione-secolarizzazione.
Le civiltà tradizionali a cui la modernizzazione si opporrebbe vengono definite sul fondamento di una limitazione di beni pensata come non eliminabile; la persuasione della non eliminabilità porterebbe all’idea di una immutabilità della condizione umana, quindi di una miseria e di una situazione di dipendenza invincibili; dunque la proiezione in un al di là di una speranza che non può trovare soddisfazione quaggiù; quindi l’immutabilità conferita ai valori, il primato del passato (dell’autorità, dei doveri, del sacrificio, ecc.). Il progresso scientifico e tecnologico che caratterizza la società moderna rispetto alle tradizionali sostituisce al pensiero di norme eterne a cui è dovuta obbedienza quello di tecniche atte a un dominio sempre maggiore della realtà; così il futuro non sarà la ripetizione del passato, e in quanto acquisisce questo carattere di realtà altra e affatto nuova si sostituisce all’al di là. È visibile, in questa posizione del progressismo laico, il surrogato «feuerbachiano» alla rivoluzione marxista, surrogato che intende eliminare di questa gli aspetti teologici; risposta di una borghesia «nuova» (è inutile dire che qui il «nuovo» non ha, per chi scrive, alcun significato di preminenza di valore); di una borghesia che ha saputo rinnovarsi e acquisire, nella traduzione sociologica, la positività presente nello stesso marxismo.

3. Ma il fatto curioso è che l’egemonia culturale del progressismo laico si estende a province largamente ampie del pensiero cattolico. Non è frequente, e soprattutto lo è stato negli anni passati, il dissenso sulla necessità di adeguare il cristianesimo alla «modernizzazione»., «demitizzandolo» (liberandolo dalle incarnazioni in forme culturali e pratiche di società ormai perenti; dai compromessi con la metafisica greca, ecc.)?
L’anima del poco ricordato Augusto Comte potrebbe sentirsi soddisfatta (1). In quella cultura cattolica che conosce oggi la maggior diffusione avviene il fenomeno che egli aveva previsto del passaggio dal pensiero metafisico al pensiero sociologico. Di più, filosoficamente avrebbe ragione; isolata la fede dalla metafisica, parlare di una sua eutanasia diventa infatti necessario, checché certi teologi ne pensino. Nel passaggio all’età scientifica, il Dio cristiano è destinato a scomparire senza lasciar traccia, al modo delle divinità pagane.
Il culto delle scienze umane (sociologia, psicologia), l’avversione alla metafisica, l’idea del recupero attraverso la separazione dalla metafisica greca (dalla mentalità platonica in genere) del cristianesimo autentico caratterizza quel cattolicesimo che si è detto postconciliare ed è a fondamento delle varie nuove teologie che è qui superfluo nominate. Manifestare la dipendenza di questa posizione da un’interpretazione del tempo presente è facile. Il suo punto di partenza, estremamente semplice, è questo: la Chiesa Cattolica, dalla Controriforma in poi, è stata il punto di riferimento della «resistenza al trascendimento storico», come oggi si usa dire, della reazione che deve, per potersi affermare, idealizzare periodi ormai sommersi della storia; quest’attitudine è stata così prevalente che ancora nel 1922 l’allora ancor giovane Maritain dava il titolo di Antimoderno a un suo libro programmatico a cui faceva seguire, l’anno successivo, in piena coerenza, l’altro sui Tre Riformatori (Lutero — Cartesio — Rousseau). In ciò la Chiesa Cattolica appariva come «peccatrice contro il mondo moderno», che aveva avversato in tutte le sue manifestazioni, dal liberalismo al socialismo, da Rousseau a Marx; pronta sempre al richiamo delle forze reazionarie, viste, in una prospettiva di utopia del passato, come vie verso la restaurazione della sacrale civiltà cattolica. La reazionaria filosofia della storia cattolica si era organizzata nell’Ottocento; per coerenza con essa, la Chiesa cattolica poteva restare insensibile al richiamo quando le forze reazionarie si unirono contro il «progresso nella democrazia», prendendo occasione dagli eccessi della rivoluzione sovietica? Né varrebbe opporre che non si confuse, allora, con la parte irrazionalistica esaltatrice della potenza e della durezza, della negazione della pietà, della compassione, perché avrebbe dimostrato di preferire la parte antidemocratica ancora al momento in cui era possibile la resistenza al successo di uno spirito reazionario destinato poi a realizzarsi nella forma più estrema (anche se imprevista) di barbarie irrazionalistica con il nazismo; epilogo coerente che la Chiesa avrebbe condannano, ma debolmente. Perché? Secondo questi nuovi teologi la ragione non può essere cercata in contingenti errori o in interessi di questo o quel rappresentante dell’alto clero. Ci sarebbe un errore più profondo che deve essere cercato in una tradizione culturale. I teologi e i moralisti cattolici tradizionali avevano parlato di verità e di valori assoluti, eterni, immutabili, e la scienza delle verità eterne era la metafisica, onde l’accordo, intoccabile, tra metafisica greca e cristianesimo. Chi lo metteva in discussione cadeva sotto i fulmini della Pascendi e del giuramento antimodernista. Ora, l’immutabilità delle verità eterne serviva bene a coprire l’immutabilità dell’ordine cosmico; secondo una frase che ho sentito molte volte ripetere, le verità eterne offrivano il guanciale per il sonno del cristianesimo. Le «nuove» correnti del pensiero cattolico non si spiegano se non si pensa al contraccolpo non già della storia contemporanea, ma di una sua interpretazione; è da questo che si deve partire per intenderle, anche se si presentano ammantate di filologia biblica o sotto l’insegna del ripensamento heideggeriano dello stesso tomismo (non si tratta di discutere la grandezza filosofica di Heidegger; resta però il fatto che il suo pensiero viene adoperato per tutti gli usi).

Per approfondire:[Da «Il Nuovo Areopago» – anno 2 – n. 2 (6) – estate 1983 – ]